L’idea di Europa quale continente (meglio: contenente) del pensiero si è rifugiata oltre i duemila metri s.l.m., in montagna; al di sotto, in pianura e oramai anche in collina, siamo – dovunque – in pieno continente americano: non c’è più spazio in cui abitare e pensare allo stesso tempo.
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Se un antiparmenide si dà, non è certo Hegel ma Valéry che scrive: «a volte penso e a volte sono».
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Come la bella Elena di Troia, ogni «cagna» avverte di tanto in tanto l’istinto di fare la tana. E ogni volta scava una fossa.
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Se del testo non capisci lo spirito, lascia perdere il corpo.
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«Comunichiamoci – diceva Antonio Genovesi – un poco di più agli ignoranti, i quali tuttoché sappian poco, non lasciano d’impiegar per nostro comodo tutte le forze del loro ingegno e del corpo loro». Il problema del filosofo non dev’essere allora quello di farsi capire dalla gente comune, ma – cosa più ardua – di capirla. Capire è sopportarne la comunione.
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Il futuro è il passato di cui non abbiamo memoria. Quando la dimentichiamo per sempre, una cosa può accadere di nuovo; ovvero, in realtà non ci accade mai niente di nuovo.
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La filosofia è diplomazia, ciò che più si avvicina alla verità.
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L’uomo è dio che prende coscienza di sé – l’inizio della fine.
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La scienza più propriamente fenomenologica è la medicina: si limita rigorosamente a descrivere.
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Il socratico ‘cadere dalle nuvole’ è l’atteggiamento luciferino per eccellenza.
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Una teoria, per essere vera, deve essere evidente.
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L’antropologia filosofica non è che una tautologia.
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Di ogni cambiamento io registro la realtà solo per mezzo della memoria; solo per il ricordo ciò che era non è più e ciò che è non sarà. Il divenire non è che l’aspetto oggettivo di ciò che per il soggetto è la memoria. L’essere risiede laddove non c’è memoria. Il pensiero è l’essere perché il pensare è l’opposto del ricordare.
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I giudizi non hanno giudizio.
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La nostra immagine riflessa è l’Altro ‘perfetto’, cioè l’altro realizzato come Altro. Ecco perché l’Attore si ferma e forma davanti allo specchio: non ha bisogno d’altro che del proprio Alter.
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Erotica ovvietà — Soffri o fai soffrire, tertium non datur.
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«Non c’è che una cosa che mi possa rendere felice: la chiarezza», confessava Husserl. Per fare chiarezza, il fenomenologo – come l’analitico – non fa che confusione. Nel non fare chiarezza, il filosofo è chiarissimo.
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Una montagna di parole, che scalarla significa vivere, s’impone sempre allo sguardo incantato. Faaip de Oiad non è che l’Himalaya dell’esistenza, senza sentieri e una sola scorciatoia: un nodo scorsoio.
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Illudere e deludere – come dire: nascere e morire.
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Le parole sono pietre solo se ponderate.
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La speculazione riflette lo spazio distorcendolo in uno sdoppiamento di coscienza: il pensiero è lo specchio dello schizofrenico.
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La ricerca filosofica, se – come deve – è etimologica, necessariamente conduce alla mitologia.
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Riprodursi è la più ostinata forma di ottimismo.
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La pratica viene prima della teoria, come nel corteo gli schiavi precedono il re.
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Come sapeva Proust, non si muore una volta sola.
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L’ignoranza può condurre al male, la conoscenza può legittimarlo.
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La violenza è la fine della parola, cioè una questione infantile.
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La storia della filosofia è monca già solo per il fatto che i migliori allievi dei più grandi filosofi – essendosi suicidati giovani proprio perché i migliori – non saranno mai conosciuti. La scuola di Egesia, il «persuasore di morte», non chiude mai.
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Come sapeva Spielhans, ogni occasione è una caduta et vice versa.
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Cambiare idea è vedere le cose da una diversa prospettiva; ma cambiare paese è vedere inevitabilmente le cose dal fronte opposto.